Dopo Meet me here, Naike Ror tornerà presto in libreria con il secondo romanzo della Hawthorne Academy!
Leggi in anteprima i primi tre capitoli.
1
Juliet
Sogno o son desta
Il fine settimana alla Hawthorne era trascorso in un silenzio strano, diverso da quello a cui mi ero abituata.
O in cui avevo sperato.
Quando ero tornata al dormitorio, sotto la porta avevo trovato un bigliettino di Elowen pieno di scuse: a quanto pareva c’era stato un problema in famiglia e sarebbe rientrata lunedì mattina.
Avevo immaginato che fosse la stessa ragione per cui anche Asher era scappato via.
Doveva essere successo qualcosa di grave perché anche Miles non si era più visto in giro come loro.
In ogni caso, avevo approfittato di quel weekend solitario non solo per recuperare i compiti lasciati indietro, ma soprattutto per riflettere e richiamare a me ogni briciolo di lucidità.
Mi ero arresa, la gelosia aveva cancellato in parte la rabbia che provavo per Asher, però questo non significava che le cose sarebbero tornate come prima. Non bastava un bacio per annullare quello che aveva fatto e la fiducia che avevo perso. Avrei parlato con lui, mantenuto le distanze e, soprattutto, gli avrei imposto dei limiti.
Mi sarei imposta dei limiti.
Non puntavo ad avere un tappeto di petali, capivo le ragioni per cui desiderava tenere segreta la nostra storia, ma volevo essere comunque rispettata a prescindere da tutto.
Non potevo più sopportare la differenza abissale tra Asher, che mi aveva regalato uno smartwatch da far vibrare ogni volta che mi pensava, e Kingswell, che durante il giorno continuava a comportarsi come se fossi una nullità.
Avevo toccato con mano quanto potesse fare male l’amore e non volevo più provarlo.
Per quella ragione ci sarei andata piano, e di certo non sarei tornata ogni notte alla Torre con lui.
I due giorni trascorsi da sola, quindi, non erano stati poi tanto male, li avevo considerati un allenamento.
Così avevo passato il tempo tra un elenco di propositi e i compiti di matematica e biologia.
Alla fine, il lunedì era arrivato troppo presto e troppo tardi allo stesso tempo.
Mi alzai dal letto. Anche se come al solito avevo dormito poco, mi sentivo riposata. Preparai il caffè e lo bevvi appoggiata alla finestra della stanza, guardando il cortile che iniziava a riempirsi di studenti e auto lussuose. Com’era ovvio cercai i Kingswell, ma non vidi né Asher né Elowen.
Quando arrivò il momento di andare a lezione, presi lo zaino e chiusi la porta alle mie spalle.
Lungo il corridoio il rumore dei passi degli altri studenti mi mise in allerta: non ero abituata a spostarmi da sola per la scuola. Sarei stata, anzi ero, comunque un bersaglio, e la saletta imbrattata di vernice nera in biblioteca ne era la prova.
Attraversai il giardino. Il sole era brillante anche se iniziava davvero a fare freddo. Mi diressi verso il dipartimento di lettere ed entrai in aula qualche minuto prima della lezione.
Cressidra e Trent erano già lì, che parlottavano fitto tra loro, ma non mi degnarono di uno sguardo e lo considerai un segnale positivo; magari si stavano raccontando di come fosse trascorso il loro fine settimana, oppure stavano progettando l’ennesimo agguato.
Avevo chiamato Jonathan Cohen per informarlo di ciò che era accaduto, ed era stato lui a darmi i filmati della videosicurezza in biblioteca. Era preoccupato del fatto che gli studenti continuassero a comportarsi da bulli nonostante il richiamo del preside, perciò mi aveva promesso che sarebbe intervenuto presto.
Sedetti al solito posto e tirai fuori dallo zaino il quaderno e l’astuccio.
«Buongiorno a tutti» salutò la Aldridge posando i libri sulla cattedra dopo avere chiuso la porta dietro di sé.
Asher non era ancora arrivato.
Forse il problema familiare era più grave di ciò che pensavo.
Finsi che la sua assenza non fosse un pensiero.
«Riprendiamo l’argomento dell’ultima lezione, parlavamo di romanticismo gotico. Aprite il libro di testo a pagina centouno.»
La professoressa cominciò a parlare delle condizioni sociali del periodo e io mi preparai ad appuntarmi date, nomi e concetti, quando qualcuno bussò.
Un colpo secco, poi un altro.
Alzai gli occhi con la certezza di vedere Asher e Miles in ritardo, di nuovo.
La porta si aprì.
E il mondo, per un istante, smise di avere senso.
Sunny era lì, sulla soglia dell’aula, con addosso il blazer scuro della Hawthorne, la camicia inamidata, la cravatta leggermente allentata e i capelli legati in una coda alta.
Il cuore mi scivolò nello stomaco.
Forse stavo sognando.
Nella classe cadde un silenzio irreale.
Sunny si avvicinò alla cattedra e porse un foglio alla Aldridge.
No, ero sveglia e stava succedendo davvero: la mia migliore amica aveva appena varcato quella soglia.
Camminò fino a fermarsi davanti al mio banco.
«Sunny?»
Mi fece l’occhiolino e prese posto accanto a me, dove in genere sedeva Asher.
Le sorrisi come se mi fosse appena stato restituito qualcosa che avevo creduto perduto. Avrei voluto alzarmi, abbracciarla, gridare dalla gioia senza preoccuparmi di niente e nessuno.
Sunny allungò la mano nella mia direzione. La afferrai senza esitazione e la strinsi forte, come se lasciarla andare avesse significato farla svanire.
Le sue dita erano calde, reali.
«Dopo ti racconto tutto.»
«Bentornata alla Hawthorne» disse l’insegnate, accennando un sorriso.
«Grazie, non vedo l’ora di riprendere da dove avevo lasciato» rispose lei, e spostò gli occhi su Cressy che ci fissava sconvolta.
Non stavo sognando, Sunny era lì, accanto a me.
E capii che niente, da quel momento, sarebbe più stato come prima.
2
Juliet
Luce
«Non volevo rovinarti la sorpresa, tutto qui» spiegò Sunny mentre sbirciava nella mia camera.
Eravamo insieme e lei era di nuovo una studentessa della Hawthorne: stentavo a crederci.
«Be’, ci sei riuscita. Io sapevo solo che stavate ristrutturando casa e che per questo non avremmo potuto trascorrere troppo tempo al telefono questo fine settimana, e invece tu stavi preparando la valigia per venire qui.»
«È stata una mezza bugia: stavamo davvero ristrutturando casa e facendo un trasloco, ma per tornare a Greenwich.»
«A Greenwich? Non sei qui con una borsa di studio?»
«No. Te l’avevo detto che non sarei mai entrata dalla porta sul retro. Abbiamo detto addio a quel sobborgo di merda e non voglio più rimetterci piede. Siamo tornati nella nostra vecchia casa e abbiamo ripreso il posto che ci spetta.»
«Allora anche Dorian è qui.»
«Sì, ma lo sai, lui ama fare le cose a modo suo e io a modo mio.»
«La sorpresa ha funzionato senza ombra di dubbio.»
Mi sorrise. «Credo che Cressidra abbia rischiato seriamente un infarto. Non so se hai notato com’è scappata non appena ha sentito suonare la campanella. Inutile che si nasconda, prima o poi me la ritroverò davanti e… e... Non lo so cosa farò, però mi divertirò un mondo.»
«Be’, ognuno ha quello che si merita.»
Sunny smise di guardarsi attorno e puntò lo sguardo su di me. «Non sei più sola, Juliet, ci sono io e c’è Dorian. Gli scatoloni con le tue cose li abbiamo portati con noi, avrai una stanza tutta tua in casa nostra.»
«Una stanza mia?»
«Certo! Mia madre ha parlato con i tuoi zii. Non hanno fatto resistenza, ma nessuno è sorpreso.»
Rimasi comunque di sasso. «Loro… Insomma, mi lasciano venire con voi?»
«A quanto pare.»
Sunny si appoggiò alla scrivania.
«La mia stanza è all’ultimo piano, proprio accanto a quella dei Golden Ones. Li faremo crollare a uno a uno, gliela faremo pagare cara.»
«Sei sul piede di guerra.»
«Devono avere paura. Li abbiamo sempre considerati nostri amici, invece ci hanno colpiti alle spalle quando non potevamo difenderci. Adesso è arrivato il turno di restituire a quei figli di puttana la cattiveria con gli interessi.»
Le sorrisi, anche se quella prospettiva non mi rallegrava come avrebbe dovuto.
Certo, il fatto che fosse lì mi rendeva felice, però partecipare a una guerra in cui non si sarebbero risparmiati colpi bassi non mi entusiasmava.
Avrebbe investito Cressidra, come meritava, ma avrebbe investito anche Asher e probabilmente Elowen.
E io rischiavo di essere colpita dal fuoco amico.
«Miles? Era la ragione per cui non hai accettato la borsa di studio, però adesso sei qui» le domandai cambiando argomento.
Sbuffò. «Con lui è un casino. Aspetterò che faccia la prima mossa per capire quanto forte vorrà colpirmi.»
«Lo farà?»
«Ne sono sicura. Non ho detto niente nemmeno a lui, e come al solito trarrà le conclusioni che Asher gli ficcherà in testa. E poi ci sono situazioni più grandi di noi che… come dire, ci metteranno ancora di più l’una contro l’altro. Dove hai messo le nostre foto?»
«Nel cassetto della scrivania.»
Le tirò fuori e andò ad appenderle in bacheca. «Devono sapere tutti che sei dalla mia parte, vedrai che da oggi nessuno oserà toccarti.»
«Be’, anche se Asher ha vietato a tutti di farlo qualcuno ha comunque imbrattato la stanza dove lavoravamo insieme per il musical.»
«Io non sono Asher e lui non conta più un cazzo! Devi cancellare quel bastardo dalla tua vita e camminare tra i corridoi della Hawthorne a testa alta.»
«A proposito di questo…»
Qualcuno bussò alla porta interrompendomi. «Juliet!» mi chiamò la voce squillante di Elowen.
Lo sguardo di Sunny si fece severo. «Lei non ti serve più.»
Quella specie di ordine mi infastidì. «Ehi! Io non l’ho usata, e poi è una mia amica» la difesi.
«è una Kingswell.»
«Sunny, ti prego» la supplicai nella speranza che calmasse la vena vendicatrice che le pulsava in bella vista.
Andai ad aprire e mi ritrovai davanti a una Elowen raggiante come non l’avevo mai vista. Entrò continuando a sorridermi. «Scusami per averti lasciata così senza preavviso, ma…» Si interruppe quando vide Sunny appoggiata al muro accanto alla bacheca, le braccia incrociate al petto e l’aria di qualcuno pronto a saltarle al collo.
«Oh, ciao» la salutò Elowen.
«Baby Kingswell» le rispose lei freddamente.
«Non volevo interrompervi, magari ci sentiamo dopo.»
«No, ti prego, resta» la invitai.
Non avrei mai dimenticato quello che Elowen aveva fatto per me: mi era stata vicina dall’inizio, aveva pianto con me dopo che mi era stato rovesciato il secchio di vernice addosso e dormito nel mio letto quando avevo paura che qualcuno entrasse durante la notte.
Se Sunny era davvero una mia amica se ne sarebbe fatta una ragione.
E poi non era lei ad affermare che la lealtà era importante? Io ero leale e non sarei cambiata.
«So che vi conoscete da tanto e io sono felice che gli Sterling siano qui, proprio come sono felice che tu sia una mia amica, quindi spero che questa situazione non infastidisca nessuno» spiegai guardando prima una poi l’altra.
«Dipende da quanto si intrometterà nei miei piani. Ho una lista, come in Kill Bill. Eliminerò a uno a uno i nomi che ci ho scritto sopra» commentò Sunny.
«In cosa dovrei intromettermi?» le chiese Elowen.
«Pensi che abbia dimenticato come mi avete voltato le spalle?»
«A quanto pare ricordi male, perché io non ho mai voltato le spalle a nessuno. Né a te né a Dorian, e per quanto riguarda la lista so chi c’è in cima e se ti serve una mano per annientare Cressidra sappi che io sarò dalla tua parte.»
«E quando verrà il turno di tuo fratello? Sarai ancora dalla mia parte?»
«Asher ha fatto quello che doveva fare.»
«Questa è la ragione per cui di un Kingswell non ci si può fidare.»
«Okay!» mi intromisi, perché era ovvio che si stessero riferendo a qualcosa di cui non ero a conoscenza. «Io non so cosa sia accaduto, nessuna delle due me ne ha parlato e va bene così. Siamo tutte teste pensanti e potremmo… che ne so, evitare di parlare di quante persone eliminare e magari concentrarci su altro, che ne dite?» proposi.
Sunny sembrò arrendersi. «Hai ragione, Juliet. Andiamo a mangiare, ho fame. Spero facciano ancora i sandwich al roast beef, sono spaziali.»
Guardai Elowen. «Vieni con noi?»
«Certo che viene con noi. Tu vuoi un po’ di pace e io, che ti voglio bene, te la darò» rispose Sunny avviandosi verso l’ingresso.
Lasciammo la stanza. Sunny camminava davanti a noi. Era già successo quella mattina, precisamente ogni volta che ci eravamo mosse tra le aule, e chiunque incrociavamo la guardava con stupore. Qualcuno l’aveva persino salutata, ma lei non aveva mai risposto a nessuno. I restanti studenti si erano limitati a non avvicinarsi troppo, decisamente spaventati.
In realtà quella dinamica c’era anche alla Maplewood Hight, anche lì lei aveva goduto della reputazione di qualcuno con cui era meglio non discutere, ma immaginavo che alla Hawthorne la conoscessero ancora meglio.
Arrivate al ristorante mi avvicinai al solito tavolo.
«Mangiate qui?» domandò Sunny.
«Sì, è il nostro posto» le risposi.
«Non è il mio» decise, e si incamminò verso il tavolo ancora vuoto dei Golden Ones.
Elowen la seguì e io feci lo stesso, anche se con meno convinzione.
I presenti ci fissavano increduli e la squadra di football, seduta lì accanto, era voltata verso di noi.
«Vieni, Juliet» mi invitò Sunny spostando la sedia vicino a sé. Aveva occupato il posto abituale di Asher, con le spalle alla vetrata e la possibilità di poter osservare l’intera sala.
La accontentai, certa di essermi seduta su una bomba a orologeria.
Uno dei camerieri si avvicinò ed Elowen ordinò per entrambe, anche se io non avevo affatto fame.
Non mi piaceva avere gli occhi di tutti puntati addosso.
La felicità di avere di nuovo accanto Sunny iniziava a lasciare spazio alla preoccupazione: presto si sarebbe scatenata una guerra e sapevo già di non essere pronta a niente di quello che sarebbe capitato.
3
Asher
Amici e nemici
Seduto sul sedile posteriore, con lo sguardo fisso fuori dal finestrino, avevo l’impressione che l’auto stesse tornando alla Hawthorne troppo in fretta per le preoccupazioni che mi portavo addosso. Non ero minimamente preparato al cazzo di casino che avrei dovuto affrontare una volta messo piede a scuola.
Quel colpo di scena non aveva senso, e più ci pensavo meno ne trovavo.
Gli Sterling erano stati messi al bando. Non per gioco, non per una semplice voce messa in giro tra i corridoi, ma per un ordine preciso dettato da mia madre. Li aveva esclusi da tutto: scuola, eventi, circuiti sociali. Li aveva letteralmente cancellati infilando loro un cappio al collo che avrebbe dovuto stringersi irrimediabilmente se avessero rimesso piede a Greenwich.
Eppure erano tornati.
Perché?
Quando avevo ricevuto il messaggio di Grayson Landford, il venerdì precedente, non avevo capito subito la portata di quella notizia: lui e Lilyan Sterling avevano deciso di uscire ufficialmente allo scoperto dopo che la loro relazione extraconiugale aveva scandalizzato Greenwich. Era stato un terremoto l’anno prima e sarebbe stato ancora peggio adesso, perché avevano deciso di stare insieme alla luce del sole fregandosene delle conseguenze.
Non poteva essere semplice nostalgia, non poteva essere solo per amore. E se fosse stata solo una questione economica avrebbero scelto un altro posto dove costruire una vita insieme.
Invece gli Sterling avevano ripreso possesso della loro casa e avevano riassunto i loro vecchi collaboratori.
Sunny e Dorian erano di nuovo studenti della Hawthorne.
Una mossa del genere non si faceva senza un piano ben preciso e senza essere consapevoli del rischio, perché mia madre avrebbe davvero stretto quel cappio.
Miles era seduto accanto a me, tranquillo, ma solo all’apparenza. Aveva ricominciato a prendere le medicine e l’effetto era evidente.
Ero preoccupato per lui: avrebbe avuto a che fare tutti i giorni con Sunny.
Ero preoccupato per Elowen: Dorian le sarebbe stato fin troppo vicino.
E c’era Juliet: non potevo fare a meno di pensare ai modi in cui la sua migliore amica avrebbe potuto influenzarla.
Mi ripetevo che era solo una questione di tempo, che non sarebbero rimasti a lungo, però intanto
quei dannati Sterling avevano letteralmente spostato l’asse della mia esistenza.
I cancelli della Hawthorne si aprirono per lasciarci entrare, l’autista fermò l’auto davanti all’ingresso principale e restammo in silenzio a guardare fuori finché Miles non gettò la testa all’indietro e sospirò.
«Possiamo tornarcene a casa tua se non te la senti» gli dissi.
«Asher, sono felice che tu abbia passato il fine settimana accanto a me mentre ero mezzo svenuto su un divano, ma adesso smettila di farmi da baby-sitter. C’è già mio padre che mi sta col fiato sul collo.»
«Vuoi che ti dica di entrare a scuola e distruggere tutto?»
«Sai cosa vorrei? Onestà. Come un coglione ho creduto che Sunny sarebbe stata sincera, almeno questa volta.»
«Davvero pensavi che ti avrebbe avvisato del suo ritorno? Andiamo, Miles, chi tradisce una volta lo fa anche la seconda. E ha organizzato ogni cosa: prima si riavvicina e poi, quando ti sei fidato di lei, colpisce. Tipico di Sunny.»
«Ho chiuso, stavolta sul serio.»
«Era ora. Anche perché di certo non ti getterà le braccia al collo. E aspettiamoci ogni genere di mossa, ogni tipo di colpo. Non guarderà in faccia nessuno.»
«No, non lo farà. E ci ritroveremo pure Dorian di nuovo in squadra.»
«La squadra è con noi. La scuola è nostra. Sono voluti tornare? La gente non li accoglierà a braccia aperte, fidati.»
«Non ne sono tanto sicuro» rispose lui aprendo la portiera.
Scendemmo e imboccammo il vialetto uno accanto all’altro.
«Ho fame, andiamo a mangiare qualcosa» disse Miles.
Eravamo a metà strada verso il ristorante quando Tom Hulrich ci venne incontro. «Gli Sterling! Gli Sterling sono tornati e…»
«Lo sappiamo» lo interruppi.
Lo superammo senza aggiungere altro.
Entrato nella sala, tuttavia, mi bloccai quasi all’istante e Miles fece lo stesso: Sunny, Elowen e Juliet erano sedute al nostro tavolo.
«Col cazzo che gliela do vinta» borbottò lui.
«Sono d’accordo.»
Riprendemmo a camminare e io puntai gli occhi su Sunny che, nella sua divisa scolastica impeccabile, con i capelli legati e lo sguardo fiero, ricambiò la mia stessa espressione.
Mi sentivo letteralmente tornato indietro nel tempo, a quando tutto filava liscio e la mia vita era facile.
A quando Elowen non conosceva i pensieri che l’avevano spinta a odiare la vita, a quando l’unica preoccupazione di Miles era farsi perdonare da Sunny per qualche stronzata.
Era tutto uguale… eppure tutto diverso.
Arrivato davanti a lei assottigliai lo sguardo. «Non iniziare qualcosa che non sei in grado di finire» la avvisai.
«Non iniziare tu qualcosa che non sei in grado di finire, Kingswell.»
Elowen scattò in piedi. «Ragazzi, c’è abbastanza spazio per tutti e...»
«Laggiù, vicino all’ingresso, c’è un tavolo libero. Potete mettervi lì» la interruppe Sunny con un sorriso che mi sfidava.
Per tutta risposta camminai verso la parte opposta del tavolo e sedetti sullo stesso lato dove era seduta lei; Miles si accomodò a capotavola.
Juliet era a due sedie di distanza da me, ma non avevo avuto il coraggio di guardarla, perché se avessi intravisto la stessa arroganza della sua amichetta avrebbe significato che aveva già scelto da che parte stare e in quel momento non potevo permettermi di perderla di nuovo.
Calò un silenzio irreale e mi imposi di non sentirmi a disagio: nessuno di noi era disposto a rinunciare a quel posto perché stare a quel tavolo decretava uno status.
E niente me lo avrebbe sfilato da sotto il culo.
Soprattutto uno Sterling.
Chiamai il cameriere per le ordinazioni, e rimasi con la schiena dritta e le spalle rigide come se la postura potesse in qualche modo compensare tutto quello che non potevo fare. Fissavo la sala davanti a me, erano tutti in attesa dell’ennesima cosa su cui spettegolare. Non era quello il modo in cui avrei voluto finire al centro dell’attenzione, sentivo addosso lo sguardo dell’intera scuola: troppo silenzio attorno, troppi occhi che fingevano di non fissarci mentre lo facevano eccome.
Con la coda dell’occhio vidi Sunny mettere un braccio attorno alle spalle di Juliet. Probabilmente le stava dicendo qualcosa all’orecchio, così mi voltai appena e notai che anche lei era rigida. Stringeva tra le dita la forchetta e il piatto che aveva davanti era ancora pieno.
Per fortuna sembrava a disagio. Poi nella sala calò un silenzio ancora più irreale. Spostai gli occhi verso l’ingresso: Dorian aveva appena varcato la soglia. Camminava con quella calma irritante che l’aveva sempre reso letale.
Il gemello di Sunny era il suo opposto: dove lei era esplosiva, lui era implosivo, nel senso che trovava sempre il modo per far collassare su loro stesse le persone che gli si mettevano contro, ed ero certo che avrebbe usato quella strategia contro ognuno di noi.
Si avvicinò al nostro tavolo, fece l’occhiolino a Juliet e le regalò uno di quei sorrisi che sembravano innocenti solo per chi non lo conosceva, poi proseguì verso il punto in cui l’intera squadra di football stava pranzando.
Evan si alzò in piedi e a quel punto fui certo che sarebbe scoppiato qualche casino: una battuta, una provocazione, una presa di posizione.
Invece no.
Quei due bastardi si abbracciarono, regalandosi addirittura diverse pacche sulle spalle. Rimasi fermo, immobile.
Quella scena non poteva esistere.
Non lì, non alla Hawthorne, non sotto il mio sguardo.
Nessuno si schierava contro i Kingswell.
Quelli erano i miei compagni di squadra, con cui avevo giocato e vinto.
Io ero il loro capitano.
E ora ridevano con lui.
Con uno Sterling.
Con qualcuno che aveva fatto del male a mia sorella.
Non era un semplice tradimento, significava mettersi contro la mia famiglia. Doveva per forza esserci qualcosa che non sapevo, perché se si stavano esponendo così le dinamiche erano cambiate.
«Che ti avevo detto?» commentò Miles.
«Tu sai qualcosa che io non so?»
«No, però questa gente non vedeva l’ora di darti contro.»
Lo guardai. «Che intendi?»
«Intendo che hai preso a spallate Evan e adesso Evan prende a spallate te. Tutto qui» rispose come se quella fosse una logica spiegazione.
Ma di logico non c’era un cazzo.
Davanti ai miei occhi si era appena tracciata una linea precisa senza che potessi farci niente.
Il ritorno degli Sterling non aveva semplicemente scombussolato gli equilibri, li aveva riscritti.
E così ebbi la certezza che da lì in poi sarebbe stato tutto molto semplice e molto crudele: avrei capito chi era dalla mia parte e chi, invece, aveva già scelto di schierarsi contro.
Leave me There di Naike Ror, presto in libreria!